Nel pomeriggio di lunedì 11 maggio 2020, Christian Chivu si è raccontato tramite una videoconferenza ai responsabili dei CDF Inter di tutta Italia. Ha ripercorso prima tutte le tappe della sua carriera che lo hanno portato a giocare nell’Inter per poi approfondire le sue sensazioni e la sua filosofia nelle nuove vesti di allenatore, che ha vestito per la prima volta nell’estate 2018 prima come allenatore dell’U14 e oggi dell’U17 nerazzurra. A moderare l’evento, organizzato dal CDF Tau Calcio, il Responsabile dei CDF Inter Paolo Migliavacca.

 

Testa, cuore, umiltà, tenacia e duttilità. Con queste parole si potrebbe riassumere la carriera di Christian Chivu, che come giocatore di quella grande Inter, tra i vari scudetti e coppe Italia , centrò il Triplete nel 2010, e ora come allenatore dell’ U17 nerazzurra, sta imparando a confrontarsi con una nuova realtà fatta di giovani e di crescita.

 

La testa è la prima cosa: non si può arrivare a giocare ad alti livelli se non si è intelligenti. Conducendo una vita sana e regolare fuori dal campo, senza strappi alle regole, non cadendo mai nelle tentazioni dei coetanei e sfruttando le giuste opportunità quando concesse in campo.

 

Testa fa rima con umiltà: mai pensare di essere dei fenomeni e di sentirsi già arrivati o di essere bravi a fare solo una determinata cosa e giocare solo in un determinato ruolo. Quando si ha la fortuna di giocare in prima squadra si deve essere sì consapevoli dei propri mezzi, ma mai pensare di essere più bravi dei giocatori più esperti, ma soprattutto mai pensare di non aver nulla più da imparare. Ad esempio dopo quattro anni di Ajax decise di venire proprio in Italia, in Serie A, alla Roma prima e poi all’Inter perchè lo considerava il miglior campionato dove imparare a difendere, che all’epoca sentiva la sua lacuna più grande nonostante fosse già capitano e titolare dei Lancieri.

 

Saper giocare in più ruoli significa duttilità, una delle caratteristiche più preziose del Chivu calciatore, che dopo un inizio da centravanti e da trequartista, giocò fino a 17 anni come mediano, prima di debuttare in prima squadra come terzino sinistro, per un infortunio del titolare, su quella fascia che si rivelò poi negli anni la sua posizione principale. Chivu è infatti stato sempre considerato come un difensore dai piedi buoni, ma in realtà è riduttivo definirlo tale. Tutti quegli anni da mediano, gli hanno dato la capacità di leggere in anticipo le situazioni, la personalità e il coraggio di giocare la palla rischiando anche la giocata – ammetterà nel corso della conferenza che gli sarebbe piaciuto giocare con le nuove regole e ricevere palla in area di rigore- rendendolo così un giocatore unico nel suo genere.

 

La tenacia è un altro aspetto che lo ha accompagnato nel corso della sua carriera, allenarsi sempre per migliorarsi, “gettare il cuore sulla palla” in ogni contrasto, rialzarsi dopo ogni caduta e soprattutto giocare anche quando il corpo non era pronto a sostenerti. Tanto che il suo tallone d’Achille si rivelerà essere proprio la fragilità. Chivu infatti si ritirerà nel 2014 a soli 34 anni, dopo 115 presenze e 3 gol con la maglia nerazzurra, ma soprattutto dopo ben 15 interventi chirurgici.

 

Appena smesso di giocare Chivu non decise subito di fare l’allenatore, non sentendosi ancora pronto.

Tuttavia grazie ad una proposta della UEFA che lo inviava a visionare e a fare dei report sulle partite di Europa League prima e di Champions League poi, che Chivu inizia a capire di essere portato per la panchina e ad appassionarsi alla materia.

Si iscrive così al corso UEFA A a Coverciano e tutt’oggi sta studiando per il Master di UEFA PRO per allenare le prime squadre dei professionisti.

 

Nel luglio 2018 l’Inter, ben consapevole dell’intelligenza dentro e fuori dal campo di Chivu, decide di affidargli la guida dell’Under 14 nerazzurra. Qui emerge una forte sensibilità dell’uomo prima che dell’ex giocatore o dell’allenatore, che si trova ad emozionarsi quando si trova davanti per la prima volta il suo gruppo di ragazzi di 13 anni.

 

Anche in questa nuova avventura l’umiltà e l’intelligenza sono stati gli aspetti su cui Chivu ha basato il proprio lavoro. L’umiltà di essere in fase di formazione anche lui stesso e dunque di aggiornarsi sempre, di capire, di cercare più soluzioni anche non necessariamente quelle che faceva lui in campo.

L’umiltà da trasmettere ai suoi ragazzi dentro e fuori dal campo, lasciandoli sempre liberi di prendersi dei rischi, di giocare la palla, di sbagliare ad ogni allenamento o ad ogni partita una cosa in meno rispetto alla volta precedente.

Il calcio di Chivu allenatore è un calcio fatto più di principi che di schemi, perchè a livello giovanile, ogni ragazzo deve essere in grado di sperimentare, di giocare in più ruoli – e chi meglio di lui può insegnarlo – e farsi trovare pronto in qualsiasi situazione. Saper fare una scelta perchè si è capito che è quella giusta in autonomia e non perchè si è sentito il suggerimento dell’allenatore che urla dalla panchina è una delle missioni principali di chi insegna ai giovani.

 

Nel luglio 2019 è arrivata la promozione ad allenatore dell’U17 che stava ben figurando nel campionato nazionale, giocandosi il primo posto in “Regular season” con l’Atalanta prima dell’emergenza covid-19.

 

Chivu non ha mai fatto riferimenti ad un futuro nelle prime squadre, ma vista la sua umiltà che lo contraddistingue, la cosa non stupisce più di tanto, come non dovrebbe stupire se presto riuscirà ad essere un allenatore affermato a quei livelli che ha raggiunto da calciatore.

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